Andrea Paolella – Pensieri un po’ confusi sull’Italia

Andrea Paolella – Pensieri un po’ confusi sull’Italia

Io mi chiamo Andrea Paolella e sono il primo vincitore del Premio Genio Vagante organizzato da Vittoriale degli Italiani, Garda Musei e Consolato Generale di Italia a Montreal. Sebbene io non abbia meriti specifici rispetto a nessun altro ricercatore o studioso qui (anzi devo ancora tutto dimostrare nella vita), sento comunque la responsabilità di questa investitura. Ho scritto e riscritto queste pagine tante volte. Non è che voglia essere perfezionista o evitare brutte figure. Solamente pensare all’Italia mi mette in moto pensieri confusi e contraddittori, insomma niente di chiaro nella mia testa. Difficile per me organizzare le idee quando l’agitazione si impadronisce di me. Comunque provo.


Penso sempre, come dicevo, all’Italia. Ultimamente penso più di ogni cosa alla bella Genova dove ho vissuto quattro anni, penso alle belle vedute sulla città dalla Spianata Castelletto, dalla chiesa di San Francesco da Paola sopra Dinegro, da Oregina, dalla Madonna della Guardia. Penso ai cieli sopra il porto così azzurri, così carichi di futuro. Penso al mare che vedevo da Corso Italia e al mondo che si apriva, diventava azzurro e tutto si poteva vedere dal parapetto bianco. Penso con tanta nostalgia alle belle serate passate assieme agli amici per i carrugi che odoravano di birra e urina. Penso a quelle mattinate domenicali che girando per i vicoli sembravano eterne. Penso al film La Bocca del Lupo di Pietro Marcello che rappresentava la vita nel vecchio porto con tanta poesia. Penso a quei due meravigliosi incontri avuti con Don Andrea Gallo nel suo studio annebbiato dal fumo del suo sigaro a parlare della sua missione tra travestiti ed ex-tossicodipendenti. Penso poi al grande Gianmaria Testa conosciuto in un bar dietro al Teatro Modena a Sampierdarena e incontrato di nuovo quattro anni dopo a Montreal. Penso alle serate che andavo al Terminal Traghetti tutto solo a vedere le navi partire, le auto in fila, le famiglie correre con le valigie verso i portelloni aperti dei traghetti Tirrenia per Palermo o la Tunisia. Sotto un bellissimo tramonto rosso le colline si imbrunivano sotto il peso dei Forti mentre delle uova quasi marce mi aspettavano nel frigo della mia casa di Piazza Barabino.
Penso alla mia Emilia, alle sue belle pianure che a volte sono verdissime e veniva voglia di scendere dalla Lancia Y ed essere tutt’uno con la terra. Penso a quelle terre millenarie che abbracciano amorevolmente il Po, a quei pioppi altissimi e anoressici, alle bellissime piazze di San Benedetto Po e di Sabbioneta. Penso alla Libreria del Teatro di Nino Nasi a Reggio Emilia, alla mia famiglia che abita vicino ai viali verdi della circonvallazione, alla mia cara maestra Gigliola Spadoni, al mio caro amico fotografo Vasco Ascolini e le nostre belle chiaccherate al bar in Piazza Casotti, al vulcanico Enos Rota e alle sue camicie hawaiiane nel caldo di Correggio, a Bologna, agli anni faticosi dell’universita’, ai suoi portici rossi, a quei muri che han visto tanti studenti soffrire e innamorarsi, alle bellissime chiacchierate con Roberto Roversi e Gianni Scalia. Penso alla casa natale di Pasolini in Via Borgonuovo 2 e al poeta che da Roma voleva progresso e non sviluppo. Penso a Gianni D’Elia nella sua bella Pesaro che mi era apparsa bianchissima e penso che lui di Pasolini oggi è l’unico degno erede. Penso alla poetessa Giovanna Bemporad che a Roma mi aveva accolto nella penombra della sua casa all’EUR. Penso all’amore per la vita di Mario Dondero che ho conosciuto in un ristorante di Reggio Emilia. Penso ai tanti pomeriggi a bere mirto di Sardegna insieme al caro amico poeta Luciano Serra che passava le estati con le finestre chiuse perché il rimbalzo della palla da basket nel campetto vicino lo disturbava. Penso con dolcezza a quello che Luciano mi diceva di Silvio D’Arzo: che restava ore a guardare il passeggio serale lungo la Via Emilia appoggiato alla statua di Ludovico Ariosto sotto ai portici di Piazza del Monte. Penso poi a Casa d’altri e a come Silvio D’Arzo scrivesse bene e quanto toccasse le corde del vivere con grande semplicità. Penso poi ai tanti altri libri che mi hanno accompagnato e fatto scoprire l’Italia. Penso a Le ceneri di Gramsci, a Fontamara, a Uomini e no, a Il mestiere di vivere, a Una questione privata, a Un amore, a I poveri sono matti, a I contadini del Sud, alle Cinque storie ferraresi, a La traduzione, La vita agra, ad Altri libertini, a Boccalone, alle Quattro novelle sulle apparenze, a Il poema dei lunatici, a Elias Portolu. E un pomeriggio freddo, esattamente un pomeriggio del 9 gennaio 2014, sono arrivato a Montreal, accolto da mio zio Claudio che già viveva qui da cinquant’anni. Un monolocale di Rue Durocher mi avrebbe ospitato qualche mese in attesa che mia moglie Bernadett e mia figlia Rebecca mi raggiungessero nel marzo successivo per poi trasferirci tutti verso il Plateau, il quartiere appoggiato al Mont Royal, nella nostra piccola casa di Rue Sainte Famille. Il quartiere che ha ispirato Mordecai Richler e Leonard Cohen.


Io sono chimico e qui lavoro come chimico. Esploro il mondo dell’energia ricaricabile, esploro i materiali, come si sposano tra loro, le loro nudità. Sento viva in me la curiosità ma non mi sento uno scienziato. In una vita parallela ho esplorato la fotografia. E in Canada ho portato con me questa esperienza. La mia più grande ansia è sempre stata espressiva, che superava di gran lunga quella per le malattie o del morire solo e scoperto dopo quattro mesi dopo troppa posta non ritirata. Vedevo il mondo e in un qualche modo da me andava rappresentato. Mi son sempre chiesto cosa significasse vivere un luogo. La prima cosa importante per me è sempre stata quella di ritrovare le tracce lasciate da chi è passato prima di me. Mi viene subito in mente quindi un libro fotografico del 1955. Paul Strand insieme a Cesare Zavattini ha realizzato una straordinaria indagine fotografica su Luzzara, chiamata Un paese e stampato in mille copie dall’editore Einaudi (oggi è diventata una rarità bibliografica). Strand ha ritratto molti contadini, biciclette, vecchi mestieri, anziane donne impegnate nel rammendo. La foto simbolo della copertina è quella della Famiglia Lusetti: cinque fratelli senza scarpe insieme all’anziana madre in posa sul portone di casa. Nel 1976 Gianni Berengo Gardin, sempre insieme a Zavattini, realizza un nuovo volume, intitolato Un paese vent’anni dopo. Riprende ancora Luzzara, riprende ancora la famiglia Lusetti: dei cinque fratelli eran rimasti tre e la madre era ancora lì al suo posto, sulla porta di casa. Tornare oggi a Luzzara significa per me rivivere quei volumi. Sentire vivi quei volti e quei muri. Sentire vive le rovine delle case coloniche. I campi. I fossi. La chiesa. Nonostante si trasformino i bar in lounge con le luci soffuse e si mettano dei tavolini dalla forma stilosa. Non riesco a prescindere quei luoghi da quello che sono stati. Un vecchio muro del centro Luzzara per questa ragione mi emoziona. Ecco per me cos’è la poesia dei luoghi che Ghirri, Basilico e altri fotografi hanno così ben rappresentato nella loro flânerie. Per questo motivo ho sentito l’esigenza di viaggiare a lungo per l’Italia ricercando i luoghi che son stati di Pier Paolo Pasolini e di Pier Vittorio Tondelli. Ritrovare i luoghi che hanno smosso, stimolato la creatività creando Pasolini e Tondelli. Con una domanda: per quale motivo oggi sembra che non nascano più poeti e narratori ma solo sceneggiatori di fiction per Canale 5? Una domanda che sembra molto letteraria ma che invece è molto chimica: come i silicati, i fosfati, i nitrati, i metalli che ci circondano influenzano le nostre proteine, le nostre pompe sodio-potassio in modo che scatenino la scintilla della creazione? Lettere e chimica, fotografia e chimica, tutto un grande brodo.


In Italia ogni luogo mi raccontava una storia. Ho capito la pluralità del mio paese e le grandi sofferenze che ha vissuto. Un paese che ora si ritrova vittima del consumo e della solitudine. L’italiano qualunque ha una colpa. Che non è quella di aver comprato troppe ciabatte di plastica cinesi al mercato ma bensì quella di non aver mai indagato i propri luoghi, non ha mai preteso dallo stato la verità per i tanti morti degli ultimi sessanta anni. Insomma l’italiano qualunque sganciandosi dai propri luoghi, si è sganciato dalla propria memoria collettiva, vivendo tutto passivamente e con una incomprensibile tristezza addosso. I nostri genitori sarebbero dovuti scendere i piazza e chiedere i nomi dei responsabili delle stragi di piazza Fontana, di Peteano, di Piazza della Loggia (mentre scrivo oggi arriva finalmente una condanna definitiva per i neofascisti Maggi e Tramonte), della Stazione di Bologna, di Ustica, di mafia e restarci finché i nomi dei responsabili non fossero saltati fuori, pretendendo tutti insieme la verità facendo quei morti i morti di tutti e invece no, tutto si è insabbiato. Ora l’italiano e gli italiani sono meno credibili dello stato cui domandano legalità, trasparenza, onestà, rigore. Gli italiani non avendo preteso la verità hanno perso sia l’identità che la credibilità di popolo. Gli italiani nella loro maggioranza vivono staccati e sconnessi dalla storia. Il nostro è un popolo sempre più manipolabile e impotente. Come peggiore conseguenza perdendo l’identità si è persa la solidarietà di popolo. Fino a fare del popolo un’ammucchiata di solitudini. Da qui l’Italia deve cominciare per affrontare una crisi, dal suo passato recente. Lo Stato deve fare la sua parte facendo mea culpa a reti unificate. La cattiva politica anima e corpo nelle stragi della P2, nelle stragi delle mafie non ha paragone con quella cattiva politica intesa oggi fatta di ladri di galline o (per chi riesce) di tacchini. A proposito riprongo una poesia che Roberto Roversi mi aveva regalato per un volume sul trentennale della strage di Bologna (La strage dei trent’anni, Clueb, 2010) che s’intitola Fermati ragazzo e ascolta:


Precipitevole cadde la sventura.
Bologna fu di nuovo infranta.
Macerie. Sì, le antiche macerie.
Le urla. Sì, le antiche urla.
Il pianto. Il fumo. Polvere. La gola bruciava.
Precipizio di morte.
Delitto è dimenticare.
L’oblio tremendo tiranno
splendido donatore di uova d’oro
lascia calare i giorni fra le dita
sabbia di mare
nulla si trattiene
tutto fra gelido pianto è dimenticato.
No! Custodire le voci i pianti le grida le paure gli affanni
soldati delle verità con le armi in pugno
urla non compiante come il primo vento dell’estate
ma ascoltate ascoltate ascoltate.


Fermatevi ragazzo e ragazza lasciate cadere lo zaino
davanti alla sala buia dove ordinati siedono i morti.
Guardate, ascoltate, prego, vi invito.
Voi che siete nel fiore degli anni e per morire c’è tempo.
Fermate il passo sedete vicino
ascoltate le voci e il respiro di quel giorno tremendo.
Sedete ascoltate
e la notte della storia si illuminerà di parole.
Fermatevi sedete ascoltate
i morti non piangono parlano.
I morti sono vivi e raccontano la loro vita turbata
da un fulmine di fuoco
perché nulla mai vada perduto
e tu ragazzo tu ragazza agile frettolosa
tu balda come una rosa appena fiorita
sappiate chi erano chi sono chi saranno
quelli che siedono a voi vicino
trafitti da un destino di morte.
Addio non per sempre. Addio. Ritorniamo. Sedete.
Ascoltate. Parlate. Non tacete.


R. Roversi, 2010.


Dalla fine della guerra, si è persa l’occasione della libertà, si è lasciato fare dell’Italia un laboratorio di esperimenti dei servizi segreti, che hanno manovrato gruppi eversivi e partiti politici. Fino ad arrivare al paese di oggi, che è un luogo di solo dibattito finanziario (Come va lo spread? Fallirà? Non fallirà?). Che colpa ha la cultura in tutto questo? Principalmente ha la colpa di non saper più descrivere il proprio paese. Manca in letteratura e sullo schermo uno specchio del paese. Perché poi l’Italia che non ha mai avuto così tanti laureati nella sua storia, diventa sempre più un paese culturalmente fragile? Solo colpa dei consumi, delle pubblicità, dei social media che uccidono il dibattito? Io oggi ho soprattutto delle domande e non risposte. Penso solo che manca la condivisione, dei saperi, dei desideri, dei sogni.


Paese delle solitudini dicevo. Consiglio vivamente di vedere il bellissimo lavoro fatto da Gad Lerner con il programma Operai andato in onda sulla RAI. Tendendo dal Canada l’orecchio fino all’Italia giungono le lamentele dei ricercatori, dei professori, delle badanti, dei migranti sfruttati in Puglia a raccogliere i pomodori, dei giudici, dei giovani, dei pensionati, dei politici pure, degli imprenditori. Tutti gridano. Non si è soli se si immagina un futuro comune. Nella solitudine così disperata nessuno riesce ad immaginare il nostro paese se non come una bagnarola alla deriva in attesa di affondare definitivamente.

Ho viaggiato molto in treno per l’Italia. Il più misero villaggio, la più piccola stanzioncina dai muri rossi e l’insegna blu con la scritta bianca, dietro a un muro scrostato nascondeva un campanile, una caserma dei carabineri, una vita di secoli che mi saliva ogni volta una gran voglia di scendere e sapere di quella terra, di quella gente, dei suoi poeti. Ogni realtà italiana respira una vita millenaria. Non esistono paesi, villaggi fuori dalla storia in Italia. Questo passato di povertà il nostro essere consumatori lo cerca di cancellare. Si parla molto della grande bellezza, che non è altro che una lunga storia di povertà e creatività nata dalla povertà ed è in realtà per noi una vergonga. Il razzismo dominante rifiuta la nostra origine contadina e vagabonda. Il film di Sorrentino sebbene mostri una Roma straordinaria non è che un film sulla depressione dell’italiano che non sa più capire i suoi luoghi.

Il consumatore senza complessi lo vedo ogni giorni qui in Canada. Un paese che non conosce altro che la crescita, lo sviluppo tecnologico, la corsa a distruggere e ricostruire. Senza vergogna qui a Montreal si abbattono vecchie case di fine ottocento. Il passato qui non interessa se non alle élites intellettuali. In Italia l’economia si sposta lentamente fuori dai centri storici che diventano sempre più inabitati. I nuovi ghetti saranno in realtà dove la nostra storia è nata. Si consumerà e ci si consumerà principalmente negli outlet, nei grandi mall che qui ingloberebbero il palazzetto dello sport di Reggio Emilia con una sola boccata.

L’Italia non può essere come il Nordamerica. Non lo sarà mai perchè i vecchi muri ancora la stanno difendendo. Per ora la crescita in Italia sa solo di grottesco. Una crescita senz’anima.

Dobbiamo reinventare cosa significa crescere. Fare una nuova politica.

Bisogna ripopolare le piazze in ogni modo. Penso quindi alla bellissima inizativa che da qualche anno ormai I ragazzi del Cinema America fanno in Piazza San Cosimato a Roma.

Si deve ripartire dalla cultura e dalla sua condivisione. Condivdere condividere condividere.


Ecco quindi che interviene il Genio Vagante. Cosa sia nessuno ancora lo ha capito veramente. Solamente si percepisce in esso una grande possibilità. Italiani che fanno ricerca in giro per il mondo e dal mondo si interrogano sull’Italia. Il Genio Vagante deve essere popolato di persone sensibili che alimentino la sensibilità verso l’intimità della materia, delle cose, della vita. I Geni Vaganti devono condividere i loro saperi, con generosità, per far nascere nuovi Geni Vaganti.

Il Genio vagante ha bisogno degli storici quanto dei matematici, deve proporre (sempre citando Pasolini) una via per il progresso e non dello sviluppo. Lo sviluppo è solo una nuova tecnologia che rimpiazza la vecchia tecnologia. Progresso è nuova tecnologia che ha rispetto per la storia, che conosce la poesia dei luoghi, che cerca la solidarietà. Il solo sviluppo non estingue la tristezza.

Questo unico futuro mi sforzo di immaginare per l’Italia. Qualcosa che sia altro dalla sola riconcorsa tecnologica. L’Italia non potrà mai rimettersi al pari con chi da vent’anni investe delle fortune e fa della ricerca una rincorsa speculativa. L’Italia invece può seguire una terza via che non sia la crisi o la rincorsa: la politica dell’uomo al centro. Partendo dalla cultura che nasce dalla condivisione, dalla solidarietà in Italia si avrà la possibilità di tornare a vedere il futuro. Fare scienza, fare arte, fare cultura per gli altri.


P.S.
So che avrei dovuto parlare di scienza, di batterie al litio, della mia conferenza sull’energia tenuta all’Istituto Italiano di Cultura, ma sentivo queste righe più urgenti.



Andrea Paolella è nato a Reggio Emilia nel 1984. È chimico. Vive a Montreal dal 2014. È sposato e ha due figlie. Attualmente lavora nel campo delle batterie ricaricabili.

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