Lidia Della Venezia – Ricerche o ricerca?

Lidia Della Venezia – Ricerche o ricerca?

novembre 3, 2017 Lidia Della Venezia 0 Tag:, , , ,

Nel campo della ricerca, che sia scientifica, artistica, letteraria o di altro tipo, si tende frequentemente a distinguere due filoni ben separati: ricerca di base e applicata. Brevemente, la distinzione consiste nell’identificare la ricerca di base come quella che ha lo scopo unico di avanzare la conoscenza nel campo in questione, mentre per ricerca applicata si intende quella per cui si possa individuare fin da subito una direzione pratica, destinata ad un utilizzo ben preciso, a volte quasi predeterminato.


È indubbio che occuparsi della seconda garantisca dei vantaggi. Il primo di cui mi resi conto per esperienza personale è il suo maggiore impatto comunicativo, dovuto alla possibilità di intuirne più facilmente gli obiettivi rispetto alla ricerca di base. Comprenderne le ragioni è immediato ai più, una volta spese poche parole senza necessità di fornire troppi dettagli. Dopotutto la nostra è una esistenza rivolta al futuro, siamo ciò che certi psicologi definirebbero Homo prospectus, animale le cui azioni e i cui pensieri esistono e si concretizzano alla luce di ciò che verrà. Mi resi conto fin dal primo minuscolo progetto di ricerca per la mia tesi di laurea triennale che l’ostacolo maggiore da affrontare nella comunicazione non era un problema di comprensione quando spiegavo ciò di cui mi occupavo. Anche quando la spiegazione era limpida, restava la domanda dell’ascoltatore: perché? E risposte come: “perché è interessante, perché vogliamo capire come funziona, perché è qualcosa che conosciamo superficialmente ed è importante approfondirlo”, non soddisfacevano quasi mai. La ricerca di base ha sempre avuto il difetto di sembrare un po’ fine a se stessa. Spesso lo è, e per quanto chi se ne occupa la trovi spesso entusiasmante, per i più rimane un quesito. Tale quesito ha forti ripercussioni nel campo della ricerca tutta, basti pensare al livello economico. L’apparente inutilità o inapplicabilità dei risultati di certi filoni di ricerca sfavorisce l’investimento di risorse negli stessi, un atteggiamento che però si mostra deleterio a livello di avanzamento scientifico e tecnologico. Un recente studio, per quanto limitato, ma comunque non unico nel suo genere, ha mostrato che una grandissima parte di quella che viene considerata ricerca di base, rivela in un tempo successivo le proprie reali potenzialità a livello applicato. Di conseguenza, ogni risorsa non investita in ricerca di base è potenzialmente una risorsa non investita nell’avanzamento scientifico-tecnologico, per il progresso e il benessere dell’umanità.


A parole, tutto ciò ha senso per uno scienziato, ma resta ancora molto astratto per chi di scienza, o meglio di ricerca in generale, non si occupa. Mi piacerebbe quindi fare qualche esempio per riscattare, almeno in piccola parte, l’immagine della ricerca di base, e mostrare alcuni casi reali in cui studi apparentemente fini a se stessi hanno avuto un impatto sulla nostra vita di tutti i giorni, con applicazioni molto pratiche di cui beneficiamo tutti, direttamente o indirettamente.


Durante il periodo di tirocinio volto alla scrittura della mia tesi di laurea specialistica, mi sono trovata ad occuparmi di aspetti riguardanti la dinamica del volo di api e vespe, e a cercare di capire come le vespe avessero evoluto particolari capacità e caratteristiche fisiche che le rendono più efficienti ed agili in volo rispetto alle api, strette parenti dalla struttura muscolare ridotta e molto meno equipaggiate come macchine del cielo. Innumerevoli volte mi son sentita rivolgere la fatidica domanda riguardante le ragioni della mia ricerca, con tutta la conseguente fatica nel rispondere in maniera soddisfacente. Nel mio lavoro come studentessa, non era necessario né richiesto che il mio studio avesse un’applicazione pratica nell’immediato, ma le ragioni biologico-evoluzionistiche intrinseche non interessavano a chi non si occupava di scienza. Ho avuto tuttavia il piacere di notare che, negli anni successivi, diversi studi sono stati pubblicati sull’argomento, non solo in ambito biologico, ma anche ingegneristico, e ho scoperto con mio grandissimo piacere l’esistenza di un intero gruppo di ricerca di Harvard che si occupa di ingegneria e dinamica dei fluidi allo scopo di cercare di riprodurre il volo di api e vespe con la stessa efficienza che si riscontra in natura. L’applicazione pratica, citando la pagina web del gruppo, consiste nello sviluppo di droni più resistenti e resilienti di quelli attualmente esistenti, ed in formato mignon, utilizzabili per l’impollinazione artificiale delle colture, per missioni di ricerca e salvataggio, ma anche per la raccolta di dati ambientali ad alta risoluzione.


Un secondo esempio mi sta particolarmente a cuore, poiché riguarda i miei animali preferiti, gli squali. Queste macchine predatorie virtualmente perfette hanno raggiunto il proprio picco di evoluzione circa 300 milioni di anni fa e sono perfettamente adattate al proprio ambiente. Molti biologi marini si occupano di conoscere meglio questi animali, per lo più timidi, ma gran parte di questo tipo di ricerca è puramente conoscitiva e il grande pubblico non necessariamente ne approva l’esistenza. Curiosamente, una decina di anni fa, si scoprì che le pinne degli squali possono essere molto ricche in tossine e metilmercurio. Tali componenti si accumulano nei tessuti cartilaginei di questi animali attraverso un processo definito bioaccumulo: ogni organismo che si nutri di un altro organismo tende ad accumulare le sostanze che la sua preda porta con sé, ed essendo gli squali all’apice della catena alimentare, possiamo solo immaginare quanto più alte siano le concentrazioni di composti a volte pericolosi nei loro tessuti. Per fare un esempio, nelle pinne degli squali si possono trovare concentrazioni particolarmente elevate di una tossina chiamata BMAA (Hammerschlag et al., 2016), che viene prodotta dai cianobatteri, minuscoli organismi che si presentano in forma unicellulare o in colonie e che sono in grado di fare fotosintesi. Le tossine da loro prodotte si accumulano nei loro predatori, e nei predatori dei loro predatori e così via fino ad arrivare ai cosiddetti predatori di vertice, gli squali. Fin qui tutto molto interessante, ma perché ci dovrebbe riguardare, se questi animali vivono bene comunque? La ragione si trova nel fatto che le pinne di squalo sono considerate una delicatezza della cucina cinese, e vengono preparate in una zuppa che è anche simbolo di status sociale elevato. Si stima che, vergognosamente, ogni anno si uccidano più di 100 milioni di squali per questa finalità, spesso con una pratica crudele chiamata finning in cui ogni individuo viene pescato, privato delle pinne e rigettato in mare ancora vivo, destinato a morire in modo lento e doloroso. Per dare un’idea dell’entità di pratiche simili, il mese scorso una nave cinese è stata bloccata nel Parco Nazionale delle Galapagos, zona protetta, con a bordo migliaia di squali destinati al mercato cinese. Il consumo di questi animali significa il consumo di ciò che è contenuto nei loro tessuti, tossine e metilmercurio compresi. L’ingestione di tali sostanze è stata messa in relazione con l’insorgenza di patologie neurodegenerative come l’Alzheimer, il morbo di Parkinson e la sclerosi laterale amiotrofica, nonché il ridotto sviluppo del sistema nervoso per i neonati e altri problemi gravi legati al linguaggio, alla vista e al sistema nervoso in generale. Questo vuol dire, a livello pratico, che l’abbandono di una tradizione culinaria controversa gioverebbe non solo alle popolazioni di squali, con tutte le conseguenze positive per la conservazione dell’ambiente e per il mantenimento dell’equilibrio a livello ecosistemico, ma anche agli stessi attuali consumatori.


Di esempi come questi si potrebbe parlare per pagine e pagine. Basti pensare all’impatto ambientale ed economico dei pesci rossi che rilasciamo in natura perché ce ne stufiamo, e che sono portatori di parassiti e competitori di specie autoctone, oppure all’utilizzo della tossina prodotta dal pesce palla in medicina, importante in studi di fisiologia e nel trattamento del dolore in malati di cancro e dei sintomi dell’astinenza negli eroinomani, o ancora alle applicazioni ingegneristiche degli studi sulle ragnatele, resistenti più dell’acciaio. Insomma, il punto forse si sta chiarendo, anche quegli studi che a prima impressione ci fanno pensare di essere poco utili, se non un totale spreco di denaro, rivelano spessissimo implicazioni pratiche che giovano a noi stessi e al nostro benessere.


Un altro dubbio potrebbe sorgere a questo punto: come mai è importante che tutto ciò si sappia e raggiunga il grande pubblico? La risposta risiede nelle importanti ripercussioni. La percezione erronea di quello che la ricerca di base fa ha effetti molto concreti, soprattutto a livello economico, come accennato precedentemente. È essenziale che tutti ci rendiamo conto che gli investimenti nella ricerca di base sono estremamente ridotti rispetto a quella applicata, con conseguente perdita di occasioni di scoperta come quelle citate qui sopra. Questa tendenza non è solo italiana; il Canada stesso, paese in cui mi trovo attualmente, investe in ricerca di base una percentuale del PIL piuttosto bassa, prediligendo la ricerca applicata, che di per sé ottiene già molti più finanziamenti da privati. Nei miei esempi ho citato casi di ricerca di base scientifica, essendo ciò di cui mi occupo e che conosco meglio, ma il trend è simile per le scienze umanistiche.


Trattare l’aspetto economico di questo tema in maniera esaustiva richiederebbe troppo tempo, ma mi piacerebbe che tutti iniziassimo a smettere di distinguere tra tipi diversi di ricerca. Come sostiene il professor Venkatesh Narayanamurti, per molti anni preside della scuola di ingegneria e scienze applicate di Harvard, il concetto stesso di ricerca applicata è deleterio, in quanto artificiale e dannoso per il progresso scientifico. Ricerca di base e ricerca applicata vanno di pari passo e si sostengono a vicenda, la prima aiutando a sviluppare nuove tecnologie, le quali a loro volta contribuiscono all’avanzamento della conoscenza e alla spiegazione dei fenomeni che ancora non comprendiamo, oggetto della ricerca di base. Un approccio senza distinzioni, inoltre, favorirebbe una maggiore collaborazione intra- e interdisciplinare tra ricercatori, ed è quindi auspicabile, dato che il progresso senza la conoscenza è virtualmente impossibile.



Lidia Della Venezia si è laureata in Scienze Biologiche presso l’Università degli Studi di Milano, in cui ha conseguito una specializzazione in Biodiversità ed Evoluzione Biologica grazie ad un progetto di tesi svolto presso l’Universitat de Valencia. Dal 2012 vive in Canada, dove è studentessa di dottorato presso il Dipartimento di Biologia della McGill University di Montreal, con un progetto in ecologia volto alla caratterizzazione del rischio associato a specie invasive acquatiche. Ama i viaggi, gli squali, la buona cucina, e passare il tempo con le persone care, specialmente all’aria aperta.

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