Vittoria Zorfini – Il dialetto a tavola

Vittoria Zorfini – Il dialetto a tavola

novembre 20, 2017 Vittoria Zorfini 0 Tag:, , , ,

Sono di uso comune parole come grappa, gazzetta, ciao, ma siamo proprio sicuri che si tratti di italiano e non di dialetti? Soprattutto in ambito enogastronomico le parlate locali la fanno da padrone e sono loro che “dettano le regole” all’italiano. Vediamone qualche esempio.


La parola grana, intesa come formaggio, è un termine di origine emiliano-longobarda entrata nell’uso comune. Così come grissino < grissin < ghersin, filo di pane da ghersa dal Piemonte. Grappa da grapa, graspo di vite è un termine lombardo. Anche il dialetto milanese dà il suo contributo a tavola e così òs büs, panattòon e risòt entrano nella lingua come i più conosciuti osso buco, panettone e risotto. Bologna non è da meno con il turtlén, tortellino, noto inoltre come piatto tipico natalizio già nel XII secolo. All’Emilia-Romagna dobbiamo anche il caplét, cappelletto, dal bolognese, diminutivo di cappello. Non possiamo non menzionare parole come mozzarella, provenienti da Napoli insieme a provola, provolone e scamorza da Isernia. Dalla Sicilia arriva il termine cassata. Anche la Sardegna dona il suo contributo alla lingua. Dopo i malloreddus, conosciuti anche come gnocchetti sardi, un altro dei suoi prodotti tipici, il pane carasau, entra a far parte del dizionario Zingarelli. Viene dal sardo, carasare, tostare, ormai diventato di uso comune.


Le parole dialettali sono dunque accolte nella lingua ma non solo a tavola. Ad esempio se parliamo di doge siamo certi di trovarci a Venezia ma oggi non è percepito più come termine dialettale, e lo stesso vale per gondola anche se questa ha origine incerta. Se invece siamo alle prese con le scartoffie sappiate che si tratta di un termine milanese per dire carta da gioco, da carta ma con suffisso peggiorativo. Sicuramente vi sarà capitato di acquistare la gazzetta, il cui nome indicava la moneta con cui acquistare il giornale.


Possiamo dunque salutarci con un semplice ciao, comune in tutta Italia ma che a Roma, fino al 1930, era percepito ancora come un settentrionalismo e non come un saluto appartenente a tutta la penisola.



Vittoria Zorfini, nata a Roma, freelance. Scrive per la rivista Panoram Italia.

Immagine in copertina: Jacopo Chimenti, Dispensa con trancio di cinghiale, pasticcio e anatra. Uffizi, Firenze, 1624

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